Illustrazione di Mad e Dorian tavolo poker, Sex and The Selfies Filosofiga

EP. 20: QUANDO HAI UN’IRREFRENABILE VOGLIA DI FARTI UMILIARE, NON C’È LIMITE AL PEGGIO FINCHÉ NON DICI BASTA. La fine di Mad e Dorian.

Con Dorian è finita. Finita finita finita. Ancor prima di cominciare. Non siamo nemmeno andati a letto… cosa da non crederci! Uno stronzo così, raramente l’ho conosciuto. Una stupida come me, nemmeno. Soltanto una stupida può innamorarsi di un coglioncello che non solo non la scopa, ma la prende palesemente per il culo. Ho sbagliato tutto, fin dal principio. E dire che non prendo mai troppo sul serio nemmeno me stessa, figuriamoci gli altri! Ho smattato per un ragazzino, ho toppato e, infine, ho perso. Fair.

Sono rintanata in camera, le mie coinquiline dormono. C’è un silenzio assordante, un vuoto asfissiante. Cerco di darmi una calmata: erano secoli che non piangevo. Non mi ricordavo più come si facesse, né quanto ci si sentisse stravolti dopo. Dorian mi ha esaurito tutte le batterie. Sono satura, ricolma della sua merda cerebrale che mi ha invaso lo stomaco. Ora ho un cadavere puzzolente qua nel letto, il cadavere di noi, di quello che saremmo potuti essere, e non so cosa farmene. È già in putrefazione e i vermi lo attaccano. Domani chiamerò la ruspa, ma per stanotte devo smaltire i rifiuti tossici per conto mio.

L’altro ieri ci siamo visti, ed è stato l’inizio della fine. Anzi, la fine della fine. C’era qualcosa nell’aria di completamente diverso dal solito, l’ho capito subito, ancora prima che spuntasse da dietro la mia sedia come un furfante. Avevo scelto un posto neutro, dove poter bere a litrate, decisa a sfoderare i miei ultimi assi nella manica. Gli avrei detto la verità, dura e pura. L’ultima chance per capire chi avessi davanti. Era la resa dei conti. Dopo tutto, come dice Lacan, cosa può esserci di più convincente del gesto di disporre le carte scoperte sul tavolo?

Ero pronta al meglio e al peggio, mi ero preparata. Eppure, invece di sentirmi sollevata per le confessioni che stavo per fargli, ero schiacciata a terra dall’aria che mi premeva sulle spalle. Ero affannata, paralizzata, non riuscivo a respirare. Non bisognerebbe mai vedere nessuno, quando si è in questo stato mentale alterato.

Si è seduto di fronte a me e ha ordinato del Mescal. Era gigante, io minuscola. La bilancia pendeva palesemente dalla parte del suo piatto. Gli ho vomitato addosso un ingorgo di parole, ma il succo era chiaro: “Dorian, tu mi piaci davvero. Che cazzo stiamo combinando?”. Ecco, questo genere di cose… sono un suicidio. Il mio è stato un all in molto maldestro, perché era evidente che non avessi una buona mano. Il bleuf non è passato inosservato.

Mi ha guardato in un modo che mi ha fatto tremare – di terrore probabilmente – e mi ha detto: «Mi piace molto il tuo taglio degli occhi. Credo che mi mancherà». Per un istante, mi ha guardata davvero, l’ho sentito. Ho risposto con un’espressione interrogativa, non osando chiedergli ulteriori spiegazioni, ma già sapevo che la spada di Damocle pendeva sulla mia testa e che stavano per arrivare comunque, volente o nolente.

«Vedi Mad, le cose stanno così», continua sporgendosi verso di me, incombente, «io ho una coppia d’assi in mano. Tu soltanto un sette e un due.»
Oh ma che bella metafora del cazzo!
«Senti, Dorian, ti riaccompagno a casa, va’.» gli dico perché non ho la forza di controbattere alla sua provocazione. Ci dirigiamo alla macchina in silenzio tombale e ansioso, come se lui si aspettasse che dicessi qualcosa di vagamente piagnucoloso e isterico o che addirittura facessi una scenata. Dorian, io non ho più energia per dire o fare proprio un bel niente!

Illustrazione di Mad e Dorian tavolo poker, Sex and The Selfies FilosofigaÈ lui a interrompere la cappa densa di mutismo che riempie la macchina: «Credo di volermi rimettere con la mia ex: Laura Lucia.»
Inchiodo.
Che cazzo di nome è?
Apro la sua portiera e lo butto fuori a calci. Speravo cadesse rovinosamente sul marciapiede, invece non si scompone e prende a camminare come se niente fosse.

Niente lo tange.
Metto in moto, sgaso e accelero.
Giro l’angolo.
Mi fermo in una piazza buia.
Eccola, la scenata che voleva. Ora sarà contento. Che palle, non può finire così!

Sto ansimando, ma faccio un lungo respiro e rigiro la macchina.
Che scenetta pietosa.
Lo vedo che sta ancora camminando in direzione di casa sua.
Accosto: «Dai sali»
«No, grazie Maddalena, vado a piedi»
«SALIIIII!»
«No, davvero, non mi sembra il caso.»
«Cristo Santo, SALI TI HO DETTO!!!»
Scendo, lo prendo a calci e a pugni in mezzo alla strada e risalgo delirante. Sì, proprio una scena patetica.

Stanotte ho fatto un ultimo, disperato tentativo andando in un locale dove sapevo l’avrei trovato. Era in mirabile compagnia di quell’altra biondona. Pure lei ci si doveva mettere. Se fosse Laura Lucia, questo non lo so. So solo che era quella della discoteca e che aveva lo stesso sguardo glaciale di Dorian, solo più velato, bovino. Sono finita tra gli zombie, aiuto!

Dorian mi ha lasciato avvicinare, mendicante, quel tanto che bastava perché anche lei potesse assistere alla mia clamorosa disfatta.
«Perché sei venuta qua, Mad?» mi dice, «Questo tuo bel film è finito. Non l’hai ancora capito?»
«Cosa?» chiedo io, sconvolta dalla sua mancanza di pietas.
«Finì un film.» ripete e si gira dall’altra, in direzione della mummia bionda che continua a guardarci come uno stoccafisso.

Non rispondo, so di avere gli occhi lucidi e imploranti.
Ok, questa era l’ultima umiliazione, ora ne ho abbastanza. No, non mi vedrai piangere, Dorian, non ti darò questa soddisfazione.
Giro i tacchi e mi stringo nelle spalle. Non so dove andare, devo nascondermi, devo proteggermi.
Vedo quel bamboccio di Bastiano parcheggiare poco lontano. Corro verso di lui e m’infilo nella sua macchina proprio quando sono al limite della sopportazione. Scoppio in un pianto liberatorio non appena seduta. Non me ne frega un cazzo di farmi vedere da Bastiano mentre piango. Se ne faccia una ragione.

Quando mi riprendo, me ne vado e non lo saluto neanche, quel bamboccio. Era solo un riparo disponibile. Mi dirigo a casa, per fortuna c’è un po’ d’aria che mi tiene su, perché sto per avere un colpo apoplettico. È davvero finita così, in questo modo disgustoso. Mi vibra il telefono in tasca: è lui che mi sta chiamando. Ennò eh! Questo è troppo anche per la mia smisurata pazienza! Si fotta!
Poi però gli rispondo e gli urlo: «MA CHE PROBLEMI HAI?!» e riattacco. Mi metto a correre.
Mi richiama altre venti volte almeno, ma non rispondo più. Non c’è più niente da spartire.
Dicono sempre che le donne quando dicono sì vuol dire no e quando dicono no vuol dire sì. Dicono anche che quando un uomo dice no è no, quando dice sì è sì. Mah. A me non sembra proprio così.

Comunque sia, botola immediata per Dorian. Ce lo ficco ben bene in fondo, con un calcio nel culo. Qui, sul letto vuoto della lugubre camera ardente dove riposa il suo cadavere tumefatto, gli ho composto il suo epitaffio. Lo sto rileggendo e mi sembra fin troppo buona come ultima parola da parte mia, ma se mi è venuto così, di getto, va bene, lo accetto.

Qui giace il giovane Dorian,
dagli occhi belli ma tristi.
Morì pazzo, povero e solo
Dopo una vita dedita agli eccessi.

Fortunato al gioco e sfortunato in amore,
confuse l’amore col gioco
e il gioco con l’amore.

Glielo invio per messaggio. E infilo la testa sotto il cuscino. La morte mi attende. Giusto un secondo prima di sprofondare, mi arriva un suo messaggio in risposta all’epitaffio: «Non si sbatte la porta in faccia alle persone. Me l’hai insegnato tu.»
Eh già. Come no.
Fanculo.

 

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