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Storia dell’occhio, capitolo 11: Sotto il sole di Siviglia

Due globi della stessa grandezza e consistenza si erano animati di movimenti contrari e simultanei. Un testicolo bianco di toro era penetrato nella carne «rosa e nera» di Simona; un occhio era uscito dalla testa del giovane torero.

Questa coincidenza, legata oltre che alla morte ad una specie di liquefazione urinaria del cielo, mi rese Marcella, per un momento. Mi sembrò, in quell’incomprensibile, impalpabile istante, di toccarla.

Fummo presi dalla solita noia. Simona peggiorava sempre più nel suo umore. Rifiutò di restare un giorno di più a Madrid. Voleva precipitarsi a Siviglia, che aveva la fama di essere una città di vizio e di desiderio.

Sir Edmond volle soddisfare i capricci della sua «angelica amica».

Nel sud trovammo una luce, un calore ancora più deliquescente che a Madrid. Un eccesso di fiori nelle vie finiva di snervare i sensi.

Simona andava in giro nuda, sotto una veste leggera, bianca, che lasciava vedere, attraverso la seta, i fianchi ed anche, in certe posizioni, il suo sesso.

Per questa città ella era una bruciante delizia, una primizia. Per le strade vidi, spesso, alcuni ragazzi eccitarsi violentemente, nei loro sessi freschi, al passaggio di Simona.

No, non smettevamo mai di stremarci nel fare all’amore.

Evitavamo l’orgasmo e visitavamo la città. Lasciavamo un posto propizio in cerca di un altro: una sala di museo, il viale di un parco, l’ombra di una chiesa o una stradina deserta la sera. Aprivo il corpo della mia amica, le ficcavo tutto il pene dentro. Poi lo sradicavo svelto dal suo rifugio e riprendevamo a girare a caso. Sir Edmond ci pedinava da lontano e se ci sorprendeva, arrossiva senza avvicinarsi. Se si masturbava, lo faceva discretamente, a distanza.

– È interessante, ci disse un giorno, indicandoci una chiesa: questa è la chiesa di Don Giovanni.

– Davvero? domandò Simona.

– Vuole entrare sola nella chiesa? propose Sir Edmond.

– Che idea!

Assurda o no che fosse l’idea, Simona entrò, mentre noi ce ne restavamo accanto alla porta.

Quando ritornò restammo molto stupiti: per il ridere, la voce le si strozzava in gola. Forse perché il riso contagia nonché per il troppo sole preso, incominciai a ridere a mia volta, seguito da Sir Edmond.

– Bloody girl! gridò l’Inglese. Vuole spiegarci? Dipende dal fatto che ci troviamo sulla tomba di Don Giovanni se ridiamo?

E ridendo fino a sganasciarsi, mostrò ai nostri piedi una grande lastra di rame; essa ricopriva la tomba del fondatore della chiesa, che si dice fosse stato Don Giovanni.

Pentitosi in tempo, costui volle che lo sotterrassero sotto il portone d’ingresso, per essere calpestato dagli esseri più umili.

Le nostre risate ricominciarono raddoppiate. Simona, per il ridere, si pisciò lungo le gambe: un rivolo d’orina colò sulla lapide.

L’incidente ebbe un altro effetto: inzuppata, la stoffa del vestito risultava trasparente: il sesso nero era visibile.

Simona alla fine si calmò.

– Rientro ad asciugarmi, disse.

Ci trovammo in un interno dove non vedemmo nulla che giustificasse il riso di Simona: abbastanza fresco, riceveva la luce che filtrava attraverso i tendaggi di cretonne rosso, alle finestre.

La volta era tutta lavorata. I muri, bianchi, erano ornati da statue e quadri; un altare e un tabernacolo dorato riempivano il muro di fondo, fino ai pilastri della volta. Quell’arredo di sortilegio e d’incanto, come carico di tutti i tesori dell’India, a forza di ornamenti, di volute e di intrecci, evocava con le sue ombre e lo splendore dei suoi ori i segreti profumati di un corpo umano. A sinistra e a destra della porta, due celebri quadri di Valdès Leal rappresentavano cadaveri in via di decomposizione: nell’orbita oculare di un vescovo entrava un grosso topo…

L’insieme di una sensualità sontuosa, i giochi d’ombra e la luce rossa delle tende, la frescura e l’odore degli oleandri, e contemporaneamente l’impudicizia di Simona, mi spingevano a lasciarmi trascinare.

Vidi due piedi che calzavano scarpette di seta, di una penitente, che uscivano da un confessionale.

– Voglio vederli passare, disse Simona.

Si sedette davanti a me vicino al confessionale.

Volevo metterle il mio sesso in mano, ma lei rifiutò, minacciando di masturbarmi, fino allo schizzo tiepido del seme.

Dovetti sedermi: vedevo il suo soffice spacco, sotto la seta bagnata.

– Adesso vedrai, mi disse.

Dopo una lunga attesa, una donna molto graziosa lasciò il confessionale, ancora con le mani giunte, i lineamenti pallidi, estasiati; con la testa alta, gli occhi bianchi, attraversò la sala a passo lento, come uno spettro d’opera. Strinsi i denti per non ridere. In quel momento la porta del confessionale si aprì.

Ne uscì un prete biondo, ancora giovane e bellissimo, dalle magre guance, con gli occhi incavati di un santo. Restava con le mani giunte sulla soglia del confessionale con lo sguardo fisso su un punto del soffitto: come se una visione celeste dovesse strapparlo alla terra.

Sarebbe senz’altro scomparso, a sua volta, se Simona, con mia sorpresa, non lo avesse fermato.

Salutandolo chiese di confessarsi. Come privo di ogni emozione esterna, il visionario preda di qualche sua interiore estasi indicò il posto per la penitente: un inginocchiatoio sotto una tenda; poi, rientrando silenzioso nel confessionale vi si chiuse dentro.

 

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