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STORIA DELL’OCCHIO, CAPITOLO 1: OCCHIO DI GATTO

Sempre, forse per la mia educazione solitaria, almeno per quanto posso con la memoria regredire al tempo passato, sono stato morbosamente curioso del sesso.

Non avevo che sedici anni quando incontrai una ragazza della mia età, Simona, sulla spiaggia di X… Il caso volle che le nostre famiglie fossero legate da una, sia pur lontana, parentela che permise alla nostra conoscenza di trasformarsi rapidamente in qualcosa di più saldo.

Non passarono tre giorni che facemmo in modo di rimanere soli nella sua villa. Simona si era messa addosso uno chemisier nero con il colletto bianco e rigido; mi sembrava di intuire in lei la mia stessa angoscia: come ispessita, accresciuta in me dal pensiero fisso della sua nudità, sotto l’allentato grembiule.
Benché le sue calze nere salissero poco più su del ginocchio, non ero ancora riuscito a saziarmi con la vista di tutto il resto, fino al culo: questo nome che usato da me per Simona mi sembrava spogliato di ogni volgarità: il più leggiadro degli appellativi erotici.

La mia immaginazione galoppava se solo era sfiorata dalla speranza di veder nudo il suo culetto, nel sollevare il grembiule che portava.

Nel corridoio c’era un piatto, colmo di latte, destinato al gatto.
– I piatti sono fatti per sedercisi sopra, disse Simona. Scommetti che mi ci siedo sopra?
– Scommetto che non ci provi nemmeno, risposi, col fiato sospeso.
Faceva caldo. Simona mise il piatto sopra uno sgabello; poi, proprio davanti a me, fissandomi gli occhi con insistenza, si accoccolò, immergendo il suo culetto nel latte.
Per un po’ restai immobile: ma come tremante di un tremito soffocato dal sangue che violento mi affluiva in testa, mentre Simona guardava il mio sesso inturgidirsi e tendersi, sotto i calzoni.

Poi mi coricai ai piedi di Simona, immobile sul piatto; e, per la prima volta, vidi la sua «carne rosa e nera», bagnata e candida di latte.

A lungo restammo come paralizzati, in eccitata tensione.
E quando si sollevò, il latte colando sulle sue cosce arrivò fino alle calze nere. Simona si asciugò con il fazzoletto: in piedi sopra la mia testa con un piede sopra lo sgabello; mentre io mi masturbavo, in un delirio frenetico e liberatorio, per terra.
E senza toccarci mai, arrivammo al piacere nello stesso momento.
Solamente più tardi, al rientro della madre, mi misi a sedere su una poltroncina piuttosto bassa. E, approfittando di un attimo in cui la ragazza si rannicchiò fra le protettive braccia materne, le sollevai, senza essere vistò, la gonna, infilando la mia mano rapinosa tra le calde cosce.

Di corsa, a notte, rientrai a casa: avido di rinnovate masturbazioni. Ma il giorno dopo avevo negli occhi pesti e cerchiati i segni del mio sregolamento, tanto che Simona, scrutandomi con attenzione in volto, mi disse, mentre nascondeva il viso sul mio petto:
– Non voglio che tu ti masturbi, senza di me.
Da allora la rapina dei sensi ci trascinò ad una relazione così stretta e così necessaria che raramente restammo più di una settimana senza vederci.

Per un’intesa quasi totale, non avevamo bisogno di parlare; io scoprivo giorno per giorno che la mia presenza le procurava le stesse, formidabili, emozioni che a me procurava la sua.

Una volta, mi ricordo, infilati dentro un’automobile che guidavo a grande velocità, prendemmo in pieno una giovine ciclista assai bella, che finendo sotto le ruote fu atrocemente amputata del collo.
Come imbambolati la guardammo, nella sua morte, a lungo.
L’orrore e la disperazione, che esalavano da quelle carni sconvolgenti e delicate nello stesso tempo, mi ricordano ancora, misteriosamente, la sensazione provata al nostro primo incontro. Simona era senza vezzi particolari; estremamente semplice.
Alta e bella. Apparentemente sembrava senza ombre nello sguardo e nella voce, ma se era invasa da tutto ciò che mortificando i sensi, li esalta, allora anche il più insignificante richiamo del sesso dipingeva sul suo viso la smorfia irreparabile del sangue, del subito terrore, del crimine, di tutto ciò che stermina senza fine possibile la beatitudine e la integrità della coscienza.
Scoprii in lei per la prima volta questa muta contrazione, derelitta e assoluta – che io condividevo – il giorno che mise il suo sedere nel piatto: solo in questi momenti ci guardavamo con attenzione; e solo dopo l’orgasmo assaporavamo brevi momenti di esile rasserenamento.

Restavamo lontani dall’amore fisico per lunghi periodi di tempo, ma sfruttavamo ogni occasione favorevole per abbandonarci ai nostri giochi preferiti.

Non è che fossimo senza pudore, al contrario; ma il tormento dell’inquietudine ci costringeva ad ogni parossistica infrazione. Così, se in quel momento mi aveva come pregato di non masturbarmi da solo, (eravamo sulla punta aguzza di una scogliera) subito dopo mi ritrovai sdraiato per terra con i pantaloni avidamente tirati giù da lei, che sollevatasi la gonna, si sedette sul mio ventre, in un abbandono carico di promesse.

Dapprima le infilai nel culo un dito già bagnato dalla mia fretta di godere; poi cambiando posizione arrivò con il viso sotto il mio sesso, e appoggiando le ginocchia sulle mie spalle, sollevò il culo in aria, portandolo alto sul mio viso.
– Sei capace di fare pipì in aria fino al mio culo? mi chiese.
– Sì, risposi, ma l’orina ti ricadrà tutta addosso, inzuppandoti tutta.
– Non fa niente, dai!
Tentato, la tentazione mi costrinse alla sua pretesa, ma appena svuotata la vescica, subito, prepotentemente, sentii il mio seme scivolare sul suo corpo, inondandola.

Il forte odore della biancheria inzuppata, della nostra pelle nuda e del seme si mescolava a quello del mare, dove la notte ormai calava le sue ombre che ci trovarono sempre nella stessa posizione: immoti, finché un rumore di passi ci scosse.

– Resta fermo, mi supplicò Simona.
Di passi, non ne sentimmo più; ma trattenevamo ugualmente il respiro, nell’impossibilità di vedere se qualcuno si avvicinava. Non era che una supplica, potente e inerme, il culo di Simona che si offriva a tutti i possibili sguardi, eretto, in aria: era perfetto, con le sue natiche strette e delicate, incise profondamente. Non dubitavo che quello sconosciuto di incerto sesso, maschile o femminile, che forse spiava, non avrebbe resistito a quel richiamo; velocemente si sarebbe denudato.

Infatti riprese a camminare, quasi a correre e improvvisamente ci trovammo davanti una ragazza, Marcella, che fra le nostre amiche passava per la più commovente nella sua purezza.

Ce ne stavamo così contratti nella nostra posizione da non poter muovere neppure un dito verso di lei che, all’improvviso, si buttò, nella sua tetra infelicità, nell’erba morbida, scoppiando in singhiozzi.

Allora soltanto ci separammo dall’amplesso per gettarci su quel corpo abbandonato. Simona le sollevò la gonna, strappò delirando le mutandine e come ubriaca mi mostrò trionfante il nuovo culo da leccare, che certo non sfigurava con il suo.
Lo baciai con rabbia, mentre tormentavo con le mani quello di Simona, le cui gambe si erano richiuse come una morsa sulle reni di Marcella che ormai non aveva più nulla da nascondere, oltre i suoi singhiozzi.
– Marcella, gridai, ti supplico: non piangere. Voglio che tu mi baci la bocca.

Simona, a sua volta, carezzava i suoi lisci capelli, mentre su tutto il corpo la ricopriva di baci.

Il cielo intanto minacciava burrasca e, nella notte nera, grosse gocce di pioggia cominciarono a cadere. Ormai rinfrescava; un senso di sollievo ci pervase, dopo lo sfinimento di una giornata torrida e senza vento.
Ci arrivava il rumore enorme del mare, sgominato talvolta dal rombo lungo dei tuoni assordanti. I lampi intermittenti svelavano come in pieno giorno i culi martoriati delle due ragazze silenziose.

Eravamo posseduti da una brutale frenesia.

Le bocche delle due ragazze si disputavano il mio culo, i miei testicoli, e il mio glande, mentre io ero instancabile nell’allargare gambe umide di saliva e di liquido seminale, quasi nell’ossessa speranza di sfuggire all’abbraccio di un mostro che poi era la violenza dei miei movimenti.
Calda, la pioggia lavava, nella sua torrenziale abbondanza, i nostri corpi. Il gran tuonare del cielo ci scuoteva, aumentando la nostra furia che ci costringeva a urlare gli urli più eccessivi: ad ogni lampo che ci mostrava le nostre parti sessuali.
Simona aveva trovato una pozzanghera; e col fango si masturbava: godeva, fustigata dalla pioggia violenta, con la mia testa stretta fra le sue gambe sporche di terra e il viso mezzo sommerso nella pozzanghera dove martoriava il culo di Marcella: stringendola a sé con un abbraccio che le attanagliava le reni, e tirandole la coscia e aprendola con forza, con l’altra mano.

 

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