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Storia dell’occhio, capitolo 9: Animali osceni

Per evitare il fastidio di un’inchiesta, decidemmo di fuggire in Spagna. Simona contava sull’aiuto di un Inglese ricchissimo, che le aveva proposto di portarla con sé, mantenendola.

Lasciammo la villa nella notte. Non fu difficile rubare una barca e sbarcare in un punto deserto della costa spagnola.

Simona mi lasciò in un bosco per andare a San Sebastiano. All’avvicinarsi della notte ritornò, al volante di una splendida automobile. Mi riferì che Sir Edmond l’avremmo ritrovato a Madrid e che per tutto quel giorno le aveva sottoposto le domande più minuziose sulla morte di Marcella, obbligandola persino a fare disegni e schizzi. Mandò perfino un domestico a comperare un manichino con la parrucca bionda. Simona dovette pisciare sul manichino steso a terra, con gli occhi aperti appunto come era morta Marcella, nella stessa posizione.

Sir Edmond non aveva toccato la ragazza.

Simona, dopo il suicidio di Marcella, cambiò profondamente. Aveva lo sguardo come fisso nel vuoto, quasi vivesse in un altro mondo. Tutto l’annoiava. Restava legata a questa vita solo per qualche raro orgasmo, ma molto più violento di prima, esasperato, diverso, non meno di quanto è diverso dal nostro il riso dei selvaggi.

Simona ormai apriva i suoi occhi stanchi soprattutto su qualche scena oscena, nella sua tristezza…

Un giorno Sir Edmond fece gettare e rinchiudere in un porcile, stretto e senza finestre, una piccola, deliziosa e facile ragazza di Madrid che si rotolò in calza maglia nel letame abbondante, sotto il ventre delle troie.

Simona si fece possedere a lungo da me nello sterco, davanti alla porta, mentre Sir Edmond si masturbava.

Improvvisamente mi sfuggì, rantolando; si afferrò il culo con le due mani, battendo contro il pavimento la testa rovesciata con violenza; restò così tesa per qualche secondo senza respirare; le mani con tutte le sue forze aprivano il suo culo con le unghie, si dilaniò con un colpo, procurandosi delle ferite nell’andare a sbattere, con un certo fracasso, contro i ferri della porta.

Sir Edmond si fece mordere a sangue il suo polso, mentre lo spasimo la scuoteva a lungo; il viso tutto inzaccherato di saliva e di sangue mischiati. Dopo questi eccessi, veniva sempre a mettersi nelle mie braccia; con il suo culo nelle mie grandi mani restava immobile, cupa, senza dire una parola, come una bambina.

Tuttavia, Simona continuava a preferire le corride a questi intermezzi osceni che Sir Edmond s’ingegnava di procurarci. Preferiva tre momenti della corrida: il primo, quando la bestia irrompe nell’arena, come un grosso topo; il secondo quando le sue corna si affondano fino al cranio, nel fianco di una giumenta; il terzo, quando la povera giumenta galoppa di traverso nell’arena, perdendo tra le gambe un mucchio di interiora dai colori ignobilmente osceni: bianco, rosa e grigio perla.

Quando la vescica squarciandosi perdeva di colpo sulla sabbia una pozza d’urina di cavalla, le sue narici fremevano.

Dall’inizio alla fine della corrida, accovacciata quasi nella sua angoscia che non la lasciava mai, con il terrore, indizio in fondo di un insormontabile desiderio, di vedere uno di quei feroci colpi di corna – che il toro incessantemente dà, infuriato, contro il vuoto delle stoffe colorate – andare ad effetto e lanciare in aria il torero.

Bisogna dire, d’altronde che se, senza lunghe pause e senza fine, la temibile bestia passa e ripassa attraverso la cappa, a un dito dalla linea del corpo del torero, si prova la sensazione di proiezione totale e ripetuta, tipica del giuoco erotico.

L’avvicinarsi della morte è vissuto con un’intensità molto simile.

Questa serie di passaggi felici sono rari e scatenano nella folla un vero delirio: le donne, in quei momenti patetici, godono, tanto tendono i muscoli delle gambe e del basso ventre.

Riguardo alle corride, Sir Edmond raccontò una volta a Simona che ancora allora era abitudine degli Spagnoli virili, magari anche toreri dilettanti, di chiedere al portiere dell’arena i testicoli arrostiti del primo toro. Se li facevano portare al loro posto, naturalmente in prima fila, e li mangiavano mentre guardavano morire il secondo.

Simona ascoltò attentamente questo racconto e poiché, la domenica seguente, dovevamo andare alla prima grande corrida della stagione, chiese a Sir Edmond i testicoli del primo toro che fosse stato matato. Ma c’era una differenza: li voleva crudi.

– Ma, disse Sir Edmond, che ci volete fare con i testicoli crudi? – Li voglio, davanti a me, in un piatto, rispose lei.

 

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