Storia_occhio_georges_bataille_filosofiga_illustrazioni

STORIA DELL’OCCHIO, CAPITOLO 4: UNA MACCHIA SOLARE

Gli altri ormai – maschi e femmine – non ci interessavano più. Il nostro delirio, sogno ad occhi aperti, era Marcella. Marcella! Della quale infantilmente immaginavamo la sua volontaria impiccagione, la clandestina sepoltura: e il ritorno dall’oltretomba, spettralmente.

Una sera, al corrente delle abitudini della casa di cura dove era rinchiusa, partimmo in bicicletta. In meno di un’ora percorremmo i venti chilometri che ci dividevano dal castello, circondato da un parco, e isolato su una scogliera che dominava il mare.

Marcella occupava la camera numero otto, ne eravamo sicuri; ma la difficoltà consisteva nel fatto che solo dall’interno potevamo raggiungerla; a meno di non segare le sbarre della sua finestra.

Ma, ancora dubbiosi sul da farsi per riuscire a trovare questa stanza, una strana apparizione ci sconvolse, improvvisamente. Avevamo saltato il muro di cinta, e ci trovavamo dentro il parco, dove il vento violento agitava gli alberi, quando una finestra del primo piano si aprì e un’ombra attaccò saldamente un drappo ad una delle finestre. Il vento scuoteva il drappo; ma la finestra si chiuse, prima che uno di noi potesse riconoscere l’ombra.

È difficile immaginare il chiasso di quell’immenso, candido lenzuolo agitato dal vento furioso; sovrastava tutti gli altri possibili rumori: del vento e del mare.

Per la prima volta vidi Simona angosciata da altro che la sua oscenità. Mi abbracciò, terrorizzata, con lo sguardo fisso a quel fantasma furibondo nella notte scura, come se la pazzia stessa avesse piantato il suo stendardo su quel lugubre castello.

Restavamo immobili; con Simona nelle mie braccia. Il vento sembrò per un attimo squarciare le nubi, la luna illuminò, in una precisione rivelatrice, un dettaglio straziante e strano talmente che Simona singhiozzò dolorosamente. Il lenzuolo che il vento agitava e gonfiava, con un rumore assordante, aveva al centro una larga macchia bagnata che la luce illuminandola rendeva trasparente.

Qualche attimo e di nuovo le nuvole coprirono la luna; l’ombra si impossessò della notte.

Stavo in piedi, col fiato sospeso, con i miei lunghi capelli agitati dal vento di quella triste nottata; piangevo la mia infelicità, mentre Simona, nell’erba, per la prima volta, piangeva tutte le sue lacrime di bambina.

Proprio la nostra amica sfortunata, sì, Marcella, senza dubbio, aveva aperto quella finestra; Marcella, certo, aveva fissato alle sbarre della sua dura prigione quell’allucinante segnale della sua disperazione. Si era masturbata dentro il letto, tanto da farsela addosso, la sua calda orina; e noi subito dopo l’avevamo sorpresa mentre appendeva l’incriminato lenzuolo alla finestra, perché si asciugasse in fretta.

Non sapevo più che fare in quel parco, davanti a quella falsa dimora di vacanza, con le inferriate alle finestre.

Mi allontanai, lasciando Simona distesa sull’erba. Volevo calmarmi, riflettere; ma ecco che scorsi una finestra, al piano terra, che faceva bella mostra di sé: non chiusa, socchiusa, senza sbarre.

Certificai la presenza del mio revolver nella tasca ed entrai; mi trovai davanti un anonimo salone simile a tanti altri.

Una lampadina tascabile mi permise di passare in un’anticamera, e quindi mi trovai davanti una scala.

Non distinguevo niente, né mi orizzontavo. Per di più le camere non erano numerate.

Come preda di un malefizio, incapace di riflettere, mi ritrovai – anzi mi scopersi e osservai sbigottito – a togliermi automaticamente i pantaloni e le mutande, mentre continuavo in camicia la mia angosciante esplorazione. Poi mi sbarazzai di tutto; e tutto misi su una sedia, rimanendo solo con le scarpe.

Con la lampadina in una mano e il revolver nell’altra, procedevo in un’inerzia senza speranza, a caso. Un rumore leggero mi fece spegnere la luce; immobile ascoltavo il mio respiro irregolare. Lunghi minuti d’angoscia passarono senza alcun rumore; allora riaccesi la lampadina: un urletto, proprio un piccolo urlo mi fece fuggire così velocemente che, nello spavento, dimenticai i vestiti sulla sedia.

Credevo di essere inseguito. Dove era la porta? Non la trovavo. Allora saltai dalla finestra e mi nascosi in un vialetto, ma mi ero appena voltato che una donna nuda si sollevò dal vano di una finestra, e saltò come me nel parco, scomparendo di corsa nella direzione dei biancospini.

Che cosa c’era di più strano, in quei momenti d’angoscia, della mia nudità al vento, nel viale d’un giardino mai visto prima?

Tutto, veramente, accadeva come se, improvvisamente, avessi abbandonato la Terra, tanto più che l’aria divenuta calma in un preannunzio di temporale, invitava a certe suggestioni.

Il revolver, ora, mi era quasi d’impaccio; né avevo più tasche per ficcarcelo, mentre mi mettevo alle piste di quella donna che avevo visto passare, come se volessi falciarla, calpestarla, nel raggiungerla.

Posseduto ormai da un’implacabile confusione mentale, che tutto ciò che mi circondava – aria, terra, natura, il lenzuolo lontano svolazzante – accrescevano, non sapevo più quale era la mia meta, dove tendeva il mio agire: nulla mi era più comprensibile.

Se mi fermai, fu perché l’ombra era sparita dentro o dietro un cespuglio dove anch’io ero arrivato. Nell’esaltazione del momento, col revolver in mano mi guardavo guardare intorno, finche il mio corpo provò intera la sensazione della lacerazione: una mano bagnata di saliva si era impadronita del mio membro, illascivendolo fino all’erezione, mentre un caldo bacio sfiorava l’intimo del mio culo; il petto nudo, le nude gambe di una donna si avvinghiarono alle mie, in una frenesia orgasmante. Non ebbi il tempo di girarmi per spargere il mio seme sul viso di Simona; la violenza, o il suo preannunzio, si era impadronita di me; e con il revolver in mano battevo i denti; sbavavo dalle labbra: le mani mezze irrigidite stringevano convulsamente quel revolver che, senza che io volessi, lasciò partire alla cieca tre colpi terrificanti che volarono in – direzione del castello.

Ormai svuotati, disfatti, Simona ed io, fuggimmo lontani l’uno dall’altro, in fuga attraverso il prato come cani.

Il temporale era troppo forte perché le detonazioni potessero svegliare gli abitanti del castello. Ma guardando la finestra dove sbatteva il lenzuolo, constatammo, sbigottiti, che una pallottola aveva infranto un vetro, finche vedemmo quella finestra aprirsi e l’ombra apparire per la seconda volta. Restavamo dritti, in piedi, sotto quell’apparizione senza movimento, nel terrore che Marcella dovesse precipitare giù, insanguinata e morente, nel prato, sotto i nostri occhi; senza che ci potesse sentire, se il vento infuriava ormai sempre più.

– Dove sono i tuoi vestiti? Chiesi a Simona, dopo un po’. La sua risposta: mi aveva cercato e non più trovandomi, aveva finito per andare come perlustrando l’interno di quel misterioso castello.

Ma prima di scavalcare la finestra si era spogliata, credendo di essere più a suo agio. E, naturalmente, non aveva più ritrovato i suoi vestiti, nella fretta di fuggire, spaventata dal mio rumore. Tuttavia, mentre parlava, ossessa fissava Marcella, lontana, appollaiata alla sua finestra; non pensò a chiedermi perché anch’io fossi nudo.

La ragazza, alla finestra scomparve. Passò un istante che sembrò, nella sua brevità, eterno; ma ecco che la luce della stanza fu accesa, e Marcella ritornò a respirare l’aria della notte, guardando verso il mare. Il vento agitava i suoi capelli, chiari e lisci; se quello che vedevamo era il suo volto, la sua delicata fisionomia, allora, no, non era cambiata, tranne, forse, una inquietudine nuova, selvaggia, nello sguardo: così in contrasto con la sua infantilità piena di semplicità. Non dimostrava che tredici anni, anche se ne aveva sedici. Il suo corpo che una leggera camicia difendeva dagli sguardi impudichi, era proporzionato nella sua minutezza: sodo, grazioso e leggero come il suo guardare senza tregua.

Quando si accorse di noi la sorpresa sembrò renderle la vita. Certo urlò, ma a noi non arrivò niente del suo urlare. Le facemmo dei segni. Dovette arrossire. Simona ormai vicina alle lacrime, mentre la carezzavo meccanicamente sulla fronte, le inviò dei baci, ai quali Marcella rispose, senza sorridere.

Simona, allora, si lasciò andare: la sua mano aprì, quasi, scivolando sul ventre, il pube. Marcella l’imitò e, posando un piede sul davanzale della finestra, scoprì una gamba coperta da una bianca calza, fino alla peluria bionda del sesso.

Lo strano in questo rito a distanza era che, mentre Marcella aveva la cintura e le calze bianche, Simona aveva la cintura e le calze nere. Col culo nella mia mano Simona rispondeva alla masturbazione frenetica di Marcella con la sua, come cadenzata, sincronizzata: la notte, buona consigliera, accoglieva questa tesa immobilità delle due ragazze che consultavano, come un oracolo, solo il loro inguine già troppo consultato. Poi Marcella come risucchiata da chissà quale, invisibile, mostro, scomparve nella cavità della stanza; davanti a noi non restò che una finestra vuota: buco rettangolare che feriva la notte scura e senza stelle e apriva davanti ai nostri occhi stanchi un giorno colorato dal fulmine e dall’aurora.

LEGGI IL CAPITOLO 5

TUTTI I CAPITOLI DI STORIA DELL’OCCHIO

 

Il blog Filosofiga

Affina la tua eccitazione colta nella sezione ECCITAZIONI COLTE di Filosofiga. Qui potrai trovare sonetti erotici, brani che ti faranno sorridere e riflettere, e molti altri spunti per le fantasie da condividere a letto col partner, prima di buttarti nell’Amore sfrenato. Per esempio, leggi il RESOCONTO DEL SALTO DELLA QUAGLIA.

Oppure, fai come Maddalena, che usa i libri per trastullarsi un po’ in solitudine… L’immaginazione è spesso più eccitante delle immagini stesse! Questo brano di Ovidio ti piacerà.

Scopri le altre due sezioni di Filosofiga:

  • Le sex stories a puntate delle nostre quattro disinibite coinquiline in SEX AND THE SELFIES;
  • I consigli pratici, i trucchi del mestiere, le opinioni degli esperti in SEXPERT. Qui troverai il meglio da sperimentare per la tua vita sessuale e le ultime novità dal mondo dell’erotismo. E molto altro…
 

Attenzione! Questo sito è riservato esclusivamente a un pubblico adulto. E’ severamente vietato l’accesso ai minori di 18 anni. Le pagine a cui avrai accesso presentano contenuti e immagini riservati a un pubblico adulto, con riferimenti di carattere erotico. Se per motivi religiosi, morali, personali, etici o altre ragioni, ritieni offensivo  il contenuto sopra delineato, clicca subito il pulsante ESCI. Cliccando invece sul pulsante Accetto, dichiari di essere maggiorenne, che la legislazione del paese da cui stai accedendo ti consente la visione di immagini e testi a contenuto erotico e sessuale, di essere consapevole dei contenuti trattati non ritenendoli offensivi, di non portare in alcun modo a conoscenza di minori tale contenuto e di sollevare da qualsiasi responsabilità Cimi S.r.l. e il sito in oggetto, avendo accettato tutte queste condizioni e informazioni. Cimi S.r.l. e Filosofiga non saranno ritenute responsabili di eventuali conseguenze legali legate all’accesso fraudolento o all’uso fraudolento di questo sito web.

error: