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STORIA DELL’OCCHIO, CAPITOLO 3: L’ODORE DI MARCELLA

Dei miei genitori, nessuno si era fatto vivo. Ma pensai che era molto meglio non farmi più vedere, conoscendo il carattere di mio padre, livido di rabbie, nella sua decrepitezza di generale rimbambito e cattolico.

Così entrai in casa da una porta laterale, per rubare una somma di denaro sufficiente alla mia sopravvivenza.

Mi feci un bagno proprio dentro la camera di mio padre; sicuro che nessuno avrebbe mai pensato che fossi andato a finire lì.

Verso le dieci, a sera, mi inoltrai nella campagna, lasciando sul tavolino materno un biglietto che diceva: «Non mi mandar dietro la polizia, ti prego! Ho un revolver: il primo colpo sarà per qualche poliziotto, il secondo per me».

Non è che mi comportassi così per prendere un atteggiamento qualsiasi, ma tentavo di bloccare nell’esitazione la mia famiglia, irriducibile nemica dello scandalo.

Scrissi certo queste parole con leggerezza, quasi per gioco, ridendo; ma non mi sembrò uno sbaglio, anzi! intascare il revolver paterno.

Passai tutta la notte camminando sulla spiaggia deserta e silenziosa; rimasi però sempre nei paraggi di X…: la costa, nella sua tortuosità, non permetteva di fare molta strada.

Volevo placare me stesso, con questo lento camminare: la mia immaginazione ricreava i fantasmi di Simona e di Marcella.

Finche s’insinuò in me l’idea di ammazzarmi: col revolver in mano dimenticai il significato di parole come disperazione o speranza: stremato, sentivo prepotente dentro di me la necessità impellente di dare un qualche senso alla mia vita, che ne avrebbe avuto almeno uno, se fossi stato capace di riconoscere come desiderabili un certo numero di avvenimenti.

Accettare l’ossessione dei nomi: Simona, Marcella; senza poi riderci su, se mi sconbussolavo tutto per una specie di composizione – delirio di fantasia – dove i miei atti più eccentrici si confondevano, senza fine, ai loro.

Rimasi in un bosco, addormentato, per tutto quel giorno; da Simona mi ci portarono le tenebre.

Saltando il muro passai nel giardino. La luce testimoniava che Simona vegliava; alcuni sassolini da me gettati avvertirono la mia amica che subito discese. Ci dirigemmo verso il mare, quasi mai parlando.

In quella notte senza luna, felici di stare di nuovo insieme, ogni tanto le alzavo la gonna e le carezzavo il culo, ma ero lontano dal provare nessuna delle precedenti emozioni.

Finalmente si sedette. Mi accoccolai ai suoi piedi, stupito, a un tratto, di essere lì per piangere. E infatti scoppiai in lacrime; singhiozzai a lungo sulla sabbia.

– Che ti succede? mi chiese Simona.

Mi allungò una pedata, ridendo, ma il suo piede urtando la pistola nella mia tasca, fece partire un colpo – paurosa esplosione – che ci fece urlare di spavento. Ma non ero ferito; anzi, mi ritrovai in piedi, col sospetto di essere capitato in un altro mondo.

Simona era tutta impallidita, disfatta.

Quel giorno non ci sfiorò affatto l’idea di masturbarci. Ma ci baciammo a lungo, in bocca: cosa che non avevamo mai fatto prima di allora. Per qualche giorno vivemmo insieme. A notte rientravamo per dormire nella sua camera. Lì mi nascondeva a ogni sguardo indiscreto. Mi portava da mangiare; e la madre che era incapace di farsi valere – il giorno dello scandalo, alle prime urla, aveva subito lasciato la casa – accettava la situazione.

Per i domestici non c’era da preoccuparci: il denaro tappava la loro bocca devota alle intenzioni della loro padrona.

Qualcuno di loro ci informò sull’internamento di Marcella; il suo destino sembrava concluso dentro una casa di cura, dove la poveretta era stata rinchiusa. Da allora il nostro unico progetto di vita riguardò la sorte di Marcella, la sua follia, la solitudine della sua carne, la possibilità eventuale di raggiungerla, di convincerla all’evasione.

Un giorno provai ad entrare dentro Simona per deflorarla.

– Sei matto! Urlò. Come fossi una madre di famiglia, sul letto! No, caro, così non m’interessa! Con Marcella…

– Come sarebbe! esclamai, pieno di delusione. Ma in fondo d’accordo con lei: mi venne vicino, come premurosa e affettuosa e con una voce sognante aggiunse:

– Quando ci vedrà fare l’amore… farà pipì… così…

Sentii un liquido caldo colarmi sulle gambe. Appena ebbe finito, le pisciai addosso a mia volta; quindi mi alzai, le montai sopra e la impiastrai tutta di seme. Così imbrattata e invasata godeva inebriandosi del nostro odore.

– Hai l’odore di Marcella, disse, col naso sotto il mio culo ancora bagnato.

Spesso la dolorosa voglia di fare l’amore ci prendeva. Ma con noi, legata ai nostri patimenti, ai nostri desideri tormentosi c’era Marcella; le sue urla rauche non avevano cessato d’infiltrarsi nelle nostre orecchie.

In quelle condizioni il nostro sognare ad occhi aperti non era che un lungo incubo senza speranza.

Il sorriso di Marcella! La sua giovinezza! E i suoi singhiozzi, la vergogna che la faceva arrossire violentemente; che la costringeva, nel suo rossore senza rimedio, a strapparsi, isterica, le vesti: per poi abbandonare le sue dolci natiche a bocche fameliche e impure; quel delirio che la costrinse a ficcarsi dentro l’armadio, e lì, a masturbarsi fino al punto di perdere ogni controllo e pisciarsi addosso; tutto questo, deformato dalla nostra fantasia, dilaniava il nostro desiderio, la nostra fame.

Simona non poteva dimenticare che proprio quando era stata scoperta l’orgia, al momento dello scandalo, del furore dei parenti, aveva raggiunto l’orgasmo più orgasmante, più imprevisto nel suo piacere immenso e sfibrante; anzi aveva, da tutti vista e tutti vedendo, aperto ancora di più le cosce; non aveva pensato minimamente a coprirsi e infernalmente aveva assaporato tutta la sua spudoratezza che le urla e la nudità di Marcella aumentavano.

Il suo culo non si apriva davanti a me senza che l’immagine cara ed eccitante di Marcella, con la bava alla bocca, delirante, o nel suo rossore da educanda, non la possedesse intera e implacabile, fino allo stremo delle forze, come se il sacrilegio dovesse rendere tutto vergognoso e infame, nell’infamia.

D’altronde le parti più vischiose del suo culo, che somigliavano un po’ ai giorni di piena e di tempesta o alle soffocanti emanazioni dei vulcani, e che proprio come i vulcani e gli uragani entravano in attività solo in circostanze catastrofiche – queste sue umide regioni, desolate, che Simona in un abbandono che non prefigurava che violenze, mi lasciava osservare, come in trance, non erano ormai, per me, che il richiamo, sotterraneo, di Marcella, torturata nella sua prigione e divenuta facile preda dei miei incubi senza riscatto. Ero incapace di capire o di pensare ad altro che a una cosa, a quell’orgasmo devastatore che la costringeva, nei suoi singhiozzi, a urlare, urlare.

Simona, invece, guardava il mio sesso che lasciavo schizzare il suo liquido seme, solo per poterselo immaginare in funzione nella bocca e nel culo di Marcella, irrumati copiosamente.

– Potresti sbattergli questo seme e farglielo fumare in faccia, mi disse mentre se lo strofinava lei stessa sul culo.

 

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