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STORIA DELL’OCCHIO, CAPITOLO 6: SIMONA

All’incidente di Simona, non grave, seguì un periodo di calma. Malata, passava le sue giornate al letto. Quando arrivava sua madre, io mi chiudevo nella stanza da bagno. Ne approfittavo per pisciare o per lavarmi. Simona si oppose duramente, la prima volta che la madre cercò di entrare.

– Non entrare, le disse, c’è un uomo nudo.

Simona non aveva esitazioni: se era necessario, la metteva alla porta senza scrupoli, mentre io riprendevo il mio posto sulla sedia accanto al letto.

Leggevo i giornali. Qualche volta me la stringevo al petto calda di febbre: andavamo a fare pipi insieme, nella stanza da bagno; la lavavo con cura nel bidet.

Non la toccavo neppure, data la sua estrema debolezza.

Ma ecco che prese a farmi gettare uova dentro la tazza del gabinetto; dovevano essere sia uova sode che sprofondavano, sia uova succhiate dentro, più o meno vuote. Simona se ne rimaneva seduta a guardare queste uova tra le sue gambe, sotto il suo culo; quando si era stancata tiravo la catena.

Un altro gioco consisteva nel rompere un uovo sull’orlo del bidet, per poi vuotarlo sotto di lei. Talvolta pisciava sull’uovo, altre volte io mi toglievo le mutande e l’inghiottivo nel fondo del bidet.

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Mi promise, quando fosse ritornata in buona salute, di compiere lo stesso atto davanti a me, poi davanti a Marcella.

La nostra immaginazione galoppava se immaginavamo di adagiare Marcella con le gonne alzate, ma senza togliersi nulla di dosso, in una vasca mezza piena di uova sulle quali pisciava, schiacciandole contemporaneamente. Simona addirittura, ossessivamente sognava che io tenessi Marcella nuda nelle sue braccia, col culo in alto, le gambe piegate e la testa in basso; ella stessa allora, vestita di un accappatoio inzuppato d’acqua calda che s’incollava al corpo, pur lasciandole il seno scoperto, sarebbe salita su una sedia bianca; io le avrei sollecitato i seni, prendendo i suoi capezzoli nella canna di una pistola d’ordinanza carica, ma che aveva appena sparato: questo perché avrebbe aumentato la nostra eccitazione, specie se la canna avesse mantenuto l’odore della polvere.

Nel frattempo avrebbe fatto colare dall’alto e scorrere sull’ano grigio di Marcella una crema fresca; avrebbe anche urinato nel suo accappatoio, o, se si fosse aperto, sulla schiena o sulla testa di Marcella che avrei potuto ricoprire di piscio anch’io dall’altra parte. Marcella mi avrebbe dovuto allora inondare, tenendo il mio collo stretto fra le sue cosce. Se voleva avrebbe potuto far entrare il mio glande pisciante nella bocca.

Dopo questi sogni Simona mi pregava di farla coricare sopra una coperta, a fianco della tazza del gabinetto, sulla quale sporgeva il viso, poggiando le braccia ai bordi, per fissare lungamente sulle uova i suoi grandi occhi aperti. Io mi sistemavo a mia volta accanto a lei e le nostre guance, le nostre tempie, si toccavano. Una lunga contemplazione ci placava. Il rumore dello scarico dell’acqua divertiva Simona: fuggiva così alle ossessioni che la possedevano, intera, e ritornava al suo stato solito di umore tranquillo.

Un giorno infine, all’ora in cui il sole delle sei obliquamente illuminava il bagno, un uovo mezzo succhiato fu invaso dall’acqua e, riempitosi con un rumore particolare, gorgoglìo sommesso, fece naufragio sotto i nostri occhi. Simona interpretò questo fatto a modo suo, estremo, radicale: si irrigidì godendo lungamente; bevendo quasi il mio occhio che teneva fra le labbra. Poi, senza lasciare quest’occhio che succhiava con tale ostinazione come se fosse un seno, si sedette attirando la mia testa e pisciò sulle uova che galleggiavano, con una violenza ed una soddisfazione che la costrinsero a urlare.

Ormai era guarita. Mi manifestò la sua felicità, parlandomi a lungo dei suoi problemi intimi; stranamente, perché di solito non parlava mai: né di lei né di me. Mi confessò sorridendo che un momento prima avrebbe voluto scaricarsi interamente: ma si era trattenuta per avere un più lungo godimento. La voglia smodata le tendeva in effetti il ventre; sentiva il suo culo gonfiarsi come un fiore che stia per sbocciare.

La mia mano era nella sua tenera fessura; mi diceva che era rimasta nello stesso stato, che era infinitamente dolce. E, poiché le chiedevo quali analogie scatenava in lei la parola urinare, mi rispose Bulinare, gli occhi, con un rasoio, qualcosa di rosso, il sole? E l’uovo? Un occhio di vitello, forse per il colore della testa; e, d’altra parte, il bianco dell’uovo non era il bianco dell’occhio? E il rosso la pupilla? La forma dell’occhio è, se si fa attenzione, la stessa dell’uovo. Mi chiese di rompere, quando fossimo usciti, un po’ di uova in aria, lanciate al volo, a colpi di revolver.

Se la cosa mi sembrava impossibile, Simona, discutendone, la trasformò in qualcosa di piacevole. Giocava allegramente con le parole, dicendo sia schiacciare un occhio, sia rompere un uovo e, al riguardo, dandosi ad un ragionare senza sostegno logico.

Aggiunse che l’odore del culo, dei peti, era per lei l’odore della polvere: un getto d’orina era «un colpo da fuoco visto come una luce».

Ognuna delle sue natiche era un uovo duro sbucciato.

Ci facevamo portare delle uova morbide, calde e senza guscio: per il cesso; mi prometteva che di lì a poco si sarebbe svuotata su quelle uova. Il suo culo si trovava ancora nella mia mano, nello stato che mi aveva detto; e dopo questa promessa un miscuglio di sensazioni implacate cresceva in noi.

Un camera di malati è un posto ideale per ritrovare la lubricità infantile. Aspettando le uova sode succhiavo il seno di Simona.

Mi contraccambiava accarezzandomi la testa. Sua madre ci portò le uova. Non mi girai neppure. Credendo che si trattasse di una domestica, continuavo, imperterrito. Quando riconobbi la sua voce, non per questo mi mossi; non potevo ormai, neanche per un istante, rinunciare al seno; mi tolsi anzi le mutande come chi dovesse improvvisamente soddisfare un bisogno impellente, senza ostentazione, certo, ma con il desiderio che se ne andasse e con la gioia di superare ogni limite di decenza. Quando lasciò la camera, cominciava a fare notte. Accesi la luce nel bagno. Mangiammo un uovo caldo per uno, con Simona, seduta sul cesso, che io carezzavo per tutto il corpo, facendo scivolare le altre uova su di lei e soprattutto nell’incavo delle sue docili natiche. Simona le guardò per qualche tempo immerse, bianche e calde, sbucciate e come nude sotto il suo culo finché non le costrinse a far naufragio, ad affondare, con un rumore di caduta analogo a quello delle uova sode.

Devo precisare a questo punto che niente più accadde fra noi da allora che riguardasse le uova; ad eccezione di una volta, abbiamo cessato per sempre di parlarne. Se ci capitava di vederne non potevamo guardarci senza arrossire, interrogandoci dubbiosamente con gli occhi. La fine del racconto mostrerà che questo interrogarci non doveva restare senza risposta, e che la risposta misurò il vuoto aperto in noi, dal nostro trastullarci con le uova.

 

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