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STORIA DELL’OCCHIO, CAPITOLO 5: UN RIVOLO DI SANGUE

Un legame esiste, per me, tra l’urina e il salnitro; tra il fulmine e un vaso da notte antico di terra cotta, abbandonato, in un piovoso giorno d’autunno, sul tetto di zinco di una lavanderia provinciale.

Dopo la prima notte passata a cercare Marcella dentro la casa di cura, queste desolate rappresentazioni se ne stanno insieme, come sorelle illegittime della parte tenebrosa del mio inconscio, con il sesso umido e il viso sconfitto di Marcella.

In ogni caso, questo paesaggio della mia immaginazione s’inondava subito di un miscuglio di luce e di sangue; forse perché Marcella, la mia Marcella non poteva trovar piacere senza bagnarsi, non di sangue, ma di un getto di urina: ai miei occhi, sì, luminosa.

Quel getto, all’inizio violento, improvviso come un singhiozzo, poi dolcemente abbandonato, coincideva con un trasporto di gioia disumana. Non c’è da meravigliarsi se gli aspetti più desolanti e più rivoltanti di un sogno non siano che una sollecitazione, morbosa, in questo senso; essi equivalgono all’attesa ostinata di una luce – analoga in questo alla visione del vano illuminato della vuota finestra, nel momento in cui Marcella, caduta sul pavimento, l’inondava d’orina senza fine.

Quel giorno, nella tempesta senza pioggia, attraverso l’oscurità ostile, dovemmo fuggire dal castello; nudi come animali, Simona ed io, ossessionati nel pensiero dall’angoscia che, senza dubbio, avevamo procurato, volontariamente, a Marcella.

L’infelice prigioniera era come l’incarnazione della tristezza che la collera dei corpi cercava, invano, di annientare nello sgretolamento. Dopo un po’ – trovate per caso le nostre biciclette – potemmo offrirci l’un l’altro lo spettacolo irritante e in apparenza osceno di un corpo nudo e calzato sulla macchina, pedalando rapidamente, senza ridere ne parlare, nell’isolamento comune dell’impudicizia, della fatica e dell’assurdità. Eravamo stremati: morti dalla stanchezza, tanto che Simona, a metà di una salita si fermò, presa dai brividi.

Eravamo tutti sudati. Simona tremava, battendo i denti. Le sfilai allora una calza per asciugarla: aveva un odore caldo, simile a quello di certi letti di malattia o di vizio.

Si riprese alquanto, a poco a poco; mi baciò in segno di riconoscenza. Ero preda di una sorda inquietudine; mancavano ancora dieci chilometri da X… e per lo stato in cui eravamo, era necessario arrivare lì prima dell’alba. Mi tenevo a malapena in piedi, come disperando di vedere la fine di questa corsa ininterrotta nell’impossibile.

Il tempo in cui avevamo lasciato il mondo reale, abitato da persone vestite, era così lontano che sembrava fuori portata. Questa allucinazione personale si sviluppava con la stessa assenza di limiti dell’incubo globale della società umana con terra, atmosfera e cielo.

La sella di cuoio aderiva al culo nudo di Simona che fatalmente si masturbava, muovendo le gambe. La gomma posteriore spariva ai miei occhi nella fessura del didietro nudo della ciclista.

Il movimento di rapida rotazione della ruota era d’altronde assimilabile alla mia sete, a quell’erezione che mi invitava nell’abisso di quel culo appiccicato al sellino. Il vento era un po’ calato; il cielo si apriva e le stelle facevano capolino, di nuovo mi venne in mente che la morte era l’unica via d’uscita alla mia erezione.

Se fossimo stati uccisi, io e Simona, all’universo della nostra visione personale si sarebbero sostituite pure stelle, realizzanti a freddo ciò che immaginavo vivamente come il termine delle mie turpitudini: un’incandescenza geometrica (coincidenza, tra l’altro, della vita e della morte, dell’essere e del nulla) e perfettamente folgoratrice.

Queste analogie, nonché quell’assurda, dolorosa rigidità del sesso, restavano legate alle contraddizioni di uno stato di sfinimento e invilimento prolungati ormai da troppo tempo.

Questa prepotente rigidità Simona non poteva vederla, soprattutto per l’oscurità che ancora incombeva, tanto più che la mia gamba sinistra, nel sollevarsi, la occultava ogni volta. Mi sembrava tuttavia che i suoi occhi indagatori si volgessero nella notte verso questo punto di rottura, felice e doloroso insieme, del mio corpo esausto.

Al solito si masturbava, su quel sellino, con una violenza che aumentava la sua intensità, la sua forsennata lussuria.

Non aveva certo, al pari di me, esaurito il furore della sua condizione radicale di fronte alla nudità. Sentivo che i suoi rauchi lamenti preannunciavano l’orgasmo che l’avrebbe travolta: il suo corpo nudo rovinò sul ciglio di un fosso, nello stridere e sfregare caratteristico dei ferri trascinati sul selciato.

Rimase inerte, senza quasi vita, la testa reclinata; un sottile rivolo di sangue colava dalle sue tiepide labbra.

Sollevai un braccio che ricascò. Mi gettai su quel corpo inanimato, nell’orrore del momento che mi faceva tremare, e, contro la mia volontà apparente, fui attraversato, mio malgrado, da uno spasimo di sensualità e di sangue; con una smorfia del labbro inferiore che scollandosi dai denti mi lasciò con la bocca mezz’aperta, come gli idioti.

Ritornando alla vita, Simona ebbe un movimento che mi svegliò. Uscii dal dormiveglia in cui mi aveva gettato la mia depressione, nel momento in cui avevo creduto di insozzare un cadavere.

Il suo corpo non era segnato da nessuna ferita, da nessuna ecchimosi; superstiti del suo vestiario, aveva addosso ancora il reggicalze e una calza. La presi nelle mie braccia e la portai sulla strada senza tener conto della mia fatica; camminai il più svelto possibile; la luce del giorno era ormai imminente. Uno sforzo superiore alle mie forze mi permise di arrivare a stento fino alla villa e di coricare nel suo letto la mia straordinaria amica.

Il sudore mi devastava il viso. Avevo gli occhi gonfi di sangue; le orecchie ronzavano inesorabili; al solito battevo i denti, ma ero contento di aver salvato colei che amavo; non potevo fare a meno di pensare che presto avremmo rivisto Marcella; così sudatissimo e sporco di polvere rappresa, mi stesi accanto a Simona e mi lasciai andare, senza gemere, a lunghi incubi.

 

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