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EP. 15: STORIA DI UN CULO ARROSSATO E DI UN POMPINO MANCATO

Cazzo sono in ritardo. Va bene che ho dormito fuori, anche se non ho dormito affatto, va bene persino che ero sbronza nera e ho vomitato in gabinetti di case sconosciute, ma il corso su Kant del prof. F. non si salta per nessuna ragione al mondo. Non è la prima volta che cammino all’università con la testa china in pieno walk of shame e non sarà nemmeno l’ultima. Prima o poi, non sarò più in grado di reggere, o sarò completamente e irrimediabilmente ridicola. Ma per adesso, mi piace avere quest’aria da balorda. Tiene lontane le zecche. Però, cazzo, oggi sono proprio conciata come una pazza. Sembro una scappata di casa. Sono sudata fradicia e paonazza, eppure sono l’unica ad avere braccia e gambe scoperte in pieno inverno. Ho fatto UN CASIIIINO entrando! Sono già tutti seduti. Banchetti appiccicati del cazzo! Ho preso una ginocchiata. Quaderno degli appunti? Eccolo. Sempre con me, il manigoldo. Anche quando vado in trasferta. Brava Maddalena!

Mentre aspetto che cominci la lezione, con la coda dell’occhio scorgo il ragazzo nel banco vicino al mio che sta fissando il finto tatuaggio fatto con la penna sul mio braccio. Ho cercato di lavarmelo via con l’acqua un minuto fa, ma si può ancora leggere distintamente la scritta “Mad e Francesco” dentro un cuore. Momento d’euforia post-coitum di Francesco ieri sera. Ho l’istinto di coprirmi, ma evito l’ammissione di colpa. Dopo lezione, mi fermo cinque minuti a parlare col prof. F. – che uomo! – e vedo che quel ragazzo mi ha aspettata fuori. Lo sapevo che voleva abbordarmi.

«Ma tu, dove sei stata tutto ‘sto tempo? Non ti ho mai vista qui.» mi dice con inconfondibile accento napoletano. E ride. Col sorriso ampio, gioioso. Non mi fa nemmeno rispondere.
«Oggi è la mia festa. Offro io.» mi dice. Bello, mi piace questa schiettezza tipica dei ragazzi scaltri del sud. Ha i capelli ricci e neri, gli occhi ancora più neri, furbi e incavati. Uno scugnizzo.
«Al massimo sono io che porto fuori te, visto che hai tenuto a precisare che fosse il tuo compleanno.»
«Non ti permettere proprio.» e sfodera un altro bel sorriso spogliandomi con gli spilli dei suoi occhi malandrini.
«Maddalena, piacere.»
«Gabriele, piacere mio.»
«Bene, ci vediamo stasera.» e mentre mi giro e me ne vado, mi scappa una risatina pensando a Dorian che non mi caga di striscio e al Buon Dio che mi concede una piccola distrazione col bel filosofo napoletano. Sembra simpatico questo Gabriele, e anche intelligente. Si prospetta una serata interessante.

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Quando sei arrivata al nostro appuntamento, cambiata, profumata, col trucco a posto, la gonna ampia chiusa a libro, mi sei sembrata un’altra persona rispetto a quella conosciuta stamattina. Si sentiva il rimbombo dei tuoi tacchi nel corridoio bianco lattiginoso del dipartimento di filosofia. Io ho dedotto fosse quel popò di roba della Professoressa R., invece eri tu, vestita evidentemente come la sera prima. Sei entrata facendo un rumore infernale. Non hai guardato in faccia nessuno, ma tutti ti hanno notata. Eccome se ti hanno notata.

Avevi il volto pallido, segnato da lievi occhiaie e dal trucco sbiadito, ed eri in imbarazzo. Un imbarazzo elegante, sacro, di quelli che vien voglia di togliere il velo di Maya e di scatenare la bestia che c’è in te. Perché una bestia c’è, lì dentro. Si sente subito. Solo una che si è fatta una nottata in bianco e non se ne vergogna ha il coraggio di presentarsi qua vestita da zoccola e con addosso ancora l’odore del sesso. L’han sentito tutti. Quando sei entrata, è cambiato qualcosa nell’aria.

Ora, a cena, hai il sorriso beffardo da gattina feroce. Ci immergiamo in discorsi polemici, carichi di un’ancóra giovane voglia di cambiare il mondo. Sto iniziando a comprendere che in te non esiste alcun velo di Maya. La bestia feroce vive proprio nel tuo essere così spudoratamente vera, genuinamente svampita. Questo tuo fare mi fotte il cervello, perché tu vuoi esser fottuta come una bambina malinconica che han fatto prostituire troppo presto. E in più, tu, te ne fotti. Perché tanto sei qui, che parli a voce troppo alta e mi provochi. Mi sfidi a portarti nel bagno del ristorante e a prenderti lì dentro. Come oggi eri lì a sprigionare il tuo odore di sesso e a sfoderare i tuoi puntuali interventi sull’analitica trascendentale di Kant.

Per fortuna che i tuoi movimenti maldestri e plateali interrompono i tuoi ragionamenti fini e taglienti. Fai cadere una forchetta, poi un coltello, rovesci il vino, ti macchi la gonna, dimentichi il cappello su una sedia e lo dobbiamo tornare a prendere. Il tutto, con una disinvoltura quasi tenera che smorza il tuo fascino aggressivo. Sarai tanto sfrontata fuori, quanto sottomessa a letto? Sì, le donne come te sono fatte così.

Dopo cena mi conduci a casa tua senza tutte quelle noiose manfrine. Sei diretta e audace. Forse troppo, in fin dei conti. Non mi hai fatto nemmeno pagare. Inutile soffermarsi in salotto a far finta di voler bere l’amaro. Non mi trattengo più. Mi alzo, ti prendo per la collottola e ti sbatto sul letto. Tu protendi il bel culo, grande, a mandolino, e io te lo scopro, scostando i due lembi della gonna che fanno da sipario a questo ben di dio. Ti allargo le natiche e ci tuffo la faccia dentro. Hai un odore fortissimo, la tua fica è scura, violacea, non rosa. Sembra una cozza dal sapore salmastro.

Non te lo darò subito, carina , ti tengo a bada. Fai la brava su. Ho capito cosa ti piace.

Mi sfilo la cinghia. Me la passo sulle nocche, te la striscio sul culo per farti sentire cosa ti aspetta. Fai finta di essere impaurita, furbetta. Ti giro intorno, ti guardo contorcerti di voglia, con la testa infilata nei cuscini – giochi a fare l’intimidita! – mentre mi sventoli davanti il tuo culo pieno di odori, avido di me. Quando inizi a miagolare, ti tiro due cinghiate.
Ah sì, ti ha fatto male? Non è vero, piantala!
Ti tasto il culo arrossato e te lo bacio. Poi ti prendo la faccia e ti bacio la bocca. Giro la cintura intorno al tuo collo indifeso. La tendo. Tu ti tendi, inarcando le reni. E finalmente t’infilzo e ti fotto fino a farti svenire, come se fosse l’unica notte che fotterò con te.

Che bella femmina che sei, Maddalena! Spero ci si rincontri presto, perché sei formidabile. E sei proprio simpatica, anche se alla fine mi hai fatto un po’ incazzare. Ma tu vuoi fare la dura, gattina selvatica e viziata. Ti lascio con un quesito filosofico: a cosa vale tutto questo, se persino il gioco violento ti annoia?

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Ogni tanto è bello essere capita. Hai fatto quello che mi aspettavo – forse anche quello che volevo – né più, né meno. Mi è piaciuto molto quando mi hai affondato la testa nei cuscini dicendomi “adesso stai un po’ buona, micetta”, ma mi piacciono anche tante altre cose… Per esempio, disilludere la tua presunzione di aver capito tutto su di me. Hai capito qualcosa, ma non tutto. Dovevi darmi più tempo.

Quando ti sei steso sul letto, accendendoti una sigaretta, senza chiedermi il permesso, e mi hai detto: «Sai cosa ci vorrebbe adesso, Maddalena? Il regalo del mio compleanno. Perché non me lo succhi, dabbrava.» e mi hai offerto il tuo pene dalla pelle spessa, ecco, no, grazie. Non ho gradito il tono. Ma non perché mi sento trattata da puttana, ci mancherebbe. Solo perché l’ho trovato un po’ macchinoso, ecco tutto. Un po’ troppo “voglio dimostrare qualcosa”. La spavalderia è apprezzata, ma devi sentire, devi capire che prima, magari, sei tu a dovermi leccare le ferite che mi hai fatto, o, perlomeno, a leccarmi la figa. Non avevo mica ancora finito di venire, sai?

Alla fine te ne sei andato, perché non hai capito fino in fondo. Ma come posso pretenderlo, del resto ti ho conosciuto oggi. Mi giro dall’altra parte, do la buonanotte al puttino e tiro la leva della botola. Addio, Gabriele. Ti ho scritto un epitaffio da mettere sulla tua tomba.

Qui giace Gabriele,
filosofo partenopeo,
abile ragionator e menator di fendenti.
Vivesti una vita intensa eppur breve,

dopo appena due frustate,
stremato, peristi.
Ultimo desiderio chiedesti:
un pompino.

Ahimé fu fatale.
Il ricordo di te,
presto svanito,
come i segni rossi sul mio didietro.

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Grazie Mad. Sei di un cinismo inconsolabile e senza rimedio. Questa è la tua croce e la tua delizia.
A presto, spero.
Gabriele

 

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Non conosci i personaggi, né l’inizio della storia?

Fai la conoscenza di MADDALENA, la nostra sexy Cappellaia matta, e delle altre Selfies nel PRIMO EPISODIO della serie a puntate. Per sapere tutti i segreti di Maddalena, Jaykill e le Selfies segui la serie a puntate SEX AND THE SELFIESOGNI GIOVEDÌ su Filosofiga.

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