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QUEI BUON VECCHI PORNO CHE M’INSEGNARONO LA PRATICA DEL DEEP THROAT

ARTICOLO OSPITE: UN RINGRAZIAMENTO A EASTISH PER LA SUA ESPERIENZA

Qualche tempo fa ero a cena con un ragazzo, un conoscente con il quale avevo passato qualche sudaticcia notte romana.

Fra una birra e l’altra, com’è solito accadere fra amanti che in fondo hanno ben pochi argomenti in comune, ci ritroviamo a parlare delle nostre preferenze in merito alla pornografia. (Posso vantarmi di essere un’assidua fruitrice di porno: lo guardo, ne leggo e ne parlo in continuazione).
Dopo una biascicante serie di risposte sempre più articolate, l’alticcio commensale mi confessa che, dal mio modo di fare sesso, aveva già intuito la mia passione.

La sua affermazione era fondata sull’assunto che “c’erano cose che facevo a letto” per cui altre ragazze non avevano mai mostrato interesse.

Il ragazzo continua argomentando che questa differenza non è motivata dalla scarsa espansività o eccentricità delle altre, ma dal loro non aver avuto “questo particolare tipo” di fonte d’ispirazione. Costui ha solo qualche anno più di me (credo 31/32), ma insiste su come le nostre due generazioni (io avevo 24 anni al tempo della conversazione) siano diverse da questo punto di vista.

L’analisi mi sembra un po’ frettolosa, ma dandogliela per buona viste le condizioni psicofisiche in cui ci troviamo, decido di chiedergli di farmi qualche esempio. Come se ci avesse ragionato su per almeno il triplo del tempo, inizia a descrivermi uno dei nostri primi incontri dal suo punto di vista.

“E poi a un tratto, quasi fosse naturale come respirare, lo hai infilato totalmente in gola” conclude toccandosi il collo, sopra il pomo di Adamo.

In quell’istante ho un’illuminazione: cerco di pensare ai pompini che ho fatto nell’ultimo periodo e a come effettivamente tendevo a eseguire quello che nella terminologia tecnica è conosciuto come deep throat.

Il deep throat è la pratica sessuale che consiste nello spingere il pene eretto oltre l’epiglottite fino a raggiungere la gola.

Una manovra che richiede sangue freddo e un debolissimo riflesso faringeo.

Mentre il mio commensale continua a parlare, forse cambiando argomento, mi chiedo se davvero siano state le svariate pellicole che vedo dall’età di 15 anni a spingermi a cercare di soffocarmi ogni volta che lo lecco. Questa riflessione, tuttavia, non mi ha impedito di continuare a praticare il deep throat, sia perché lo adoro, sia perché mi soddisfano le facce dei maschietti sospiranti quando arrivo “fin laggiù”.

Il deep throat è stato reso celebre dal film porno omonimo del 1972 (in italiano, Gola profonda) in cui la giovane protagonista, la famosa Linda Lovelace, scopre di avere il clitoride in fondo alla gola.

Già dalla sua nascita, quindi, “il soffocotto” (com’è – a mio parere – orribilmente chiamato nel nostro paese) è legato a un immaginario precostituito, e motivato con ragioni fantascientifiche. Con questo non intendo dire che mai nessun* abbia tentato, prima o dopo la produzione del film, di titillarsi le tonsille in privato con l’aiuto di un membro eretto, ma che probabilmente gli sguardi languidi che lo accompagnano sono quasi sempre un tentativo di emulazione, spesso mal celato.

Credo che nel dibattito ufficiale su questi temi manchi spesso la consapevolezza che il porno sia diventato un’univoca finestra sul sesso per molti giovanissimi, che ricevono una sorta di educazione non richiesta e, peraltro, orribilmente monotona.

Sono, infatti, pochi gli spettatori – soprattutto quelli di più giovane età – che vanno oltre la terza pagina dei video più cliccati di qualsiasi sito mainstream. L’educazione che si propone loro è irrimediabilmente sbagliata, per la semplice ragione che non nasce con questo intento.

Il porno nasce come intrattenimento e non come cinema-realtà.

Nel porno, per esempio, fare sesso anale e poi vaginale senza preservativo è fico; nella realtà spesso provoca cistiti e altri disturbi. Nel porno, il consenso della donna non è richiesto; nella realtà non richiederlo è reato.

Per avvalorare la mia tesi, che non vuole stigmatizzare nessuna pratica sessuale ma semplicemente capire quanto di spontaneo ci sia dietro, provo a immaginare di ritrovarmi a un tratto a compiere la manovra nominata, senza però averla vista realizzata prima su nessun canale porno. La scena è più o meno questa: mi manca l’aria, cerco di far risuonare meno simili ai discorsi di Chewbecca i suoni che provengono dalla mia glottide, mentre secerno più saliva che anidride carbonica.

Ecco… non so se avrei avuto la tentazione di provarlo, se non avessi avuto la certezza di far provare piacere, o semplicemente di non perdere l’uso delle corde vocali.

Quindi posso forse ammettere a me stessa di essere stata influenzata da tutto quel porno, che spesso mi ritrovo a criticare aspramente per temi e realizzazione.

Raggiunta questa consapevolezza, mi viene da pensare che il mio modo di far sesso potrebbe essere molto differente dal modo in cui lo fa una donna vissuta senza connessione internet o con una passione meno profonda della mia. Chissà se anche lei inarca la schiena, puntando al tetto con le natiche quando bacia lo stomaco del suo partner, o mugola oscenità con voce melensa.

Ma in fondo, la ricerca di ispirazioni e di stimoli è tipica dell’umanità, no?

Credo quindi che mi limiterò ad ammettere che sì, è vero, scopo così anche per il porno che guardo. Tuttavia, a nome di tutti quelli con cui ho fatto l’amore e anche a nome mio, dopotutto, non è andata così male.

[Ringraziamo Eastish per aver condiviso con noi la sua esperienza. Se anche tu hai qualcosa da raccontare o vuoi vedere pubblicato un tuo articolo, scrivici su Filosofiga@gmail.com]

 

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