mad e dorian sex scene

EP. 13: GIOCO DI POTERE: FASE 2. Il primo appuntamento tra Mad e Dorian.

Ieri sono uscita con Dorian, ma non mi ricordo quasi niente: mi è rimasta addosso solo una sensazione vaga, e frammenti di conversazioni disconnessi. Le cose sono andate più o meno così.

Mi chiama per chiedermi se lo posso passare a prendere in macchina, e io vado, ubbidiente. Prima di uscire, controllo un’ultima volta il mio viso allo specchio dell’ingresso e decido di accentuare con uno strato di rossetto scuro il pallore invernale della mia pelle. Mi ritrovo a fare uno sguardo algido con le labbra socchiuse, per darmi forza. Poi mi sorrido. Eddai Mad, non prenderla troppo sul serio! Dopo tutto, è una serata come le altre… magari t’annoi pure. Ma non ci credo molto nemmeno io.

Mentre sono in macchina non penso a niente. Sono stordita dall’ansia e dall’adrenalina che mi dà alla testa. Non riesco nemmeno a immaginarmi la scenetta iniziale come faccio di solito. Eppure, quando accosto e me lo trovo lì davanti, so che non poteva che essere così: appoggiato a un muretto, come se non stesse aspettando nessuno, immerso nei suoi pensieri, gli occhi fissi davanti a sé, concentrato, la sigaretta piegata in bocca alla Jigen di Lupin. Mi piace tantissimo, forse troppo.

Fermo la mia 500 e attendo. Ho il cuore in gola. Si volta quasi subito, forse avvertito dalla mia presenza. Per un momento temo che non mi veda dietro il riverbero del vetro e che non mi riconosca, visto che non sta avendo nessuna reazione. Poi, però, si scosta dal muretto, fa un’ultima boccata di sigaretta, la lancia dietro di sé spargendo scintille arancioni e s’incammina tranquillo verso la macchina, senza sorridere. Lo guardo mentre si avvicina, alto, dinoccolato; sento il suono sordo dei suoi passi. Dentro la macchina è tutto ancora silenzioso.

Quando apre la portiera, m’invade il suono della strada e il profumo del suo alito.
«Ciao, Mad.»
«Ciao.»
Metto in moto e mi dirigo verso un ristorantino thailandese scelto da lui. È strano averlo come passeggero: mi sento osservata, mentre cerco di mantenere gli occhi sulla strada. Ai semafori, mi volto sempre, ma lui non mi sta mai guardando. Ho la netta sensazione di essere già in svantaggio e non me la sento di aprire la bocca per dare fiato ai miei pensieri. Non c’è niente di cui parlare. Continuo a guardare la strada e lui sporadicamente mi ordina di svoltare. Questa situazione mi eccita, l’aria si fa densa, sento un calore affluire dal profondo. Vorrei che tirasse il freno a mano e mi sbattesse alla portiera. Vorrei che mi ordinasse di spogliarmi come mi ordina di fermare la macchina perché siamo arrivati.

Al ristorante, mi toglie il cappotto corto – il cappello lo tengo, mi serve – e sceglie un tavolo alto al centro della piccola sala. Le ragazzine “dalla chiappa stretta e la griffe sulla borsetta” lo salutano, il proprietario ci accompagna. Mi ha portata nel suo covo, dove si sente sicuro. Ovvio. Sono un po’ agitata, mi guardo intorno. La pelle dello sgabello mi s’incolla alle cosce nude producendo quello sgradevole rumore di pernacchia a ogni minimo movimento. Quindi decido di stare ferma il più possibile. Anche se, in effetti, forse non è male indurgli il pensiero delle mie cosce nude a contatto con la pelle.

Dorian parla in modo misurato, non si dà tutto subito: è un forziere luccicante e temibile da trattare con estrema cura, evitando di scassinarlo con il piede di porco delle mie mille parole inutili. Mi sento Saint-Exupéry davanti al Piccolo Principe: lui mi regala pochi cenni del suo pianeta e io cerco di ricostruire le informazioni, congetturando e indovinando, ma mai interrompendolo, per paura che si ritragga o addirittura che si rompa il forziere. Affascinante, terribile, prezioso, spietato Piccolo Principe. Scopro che gioca a poker, che non è venuto a prendermi perché ha sfasciato la macchina in autostrada. Lo guardo da vicino: ha gli occhi giovani, ma il loro grigiore mi s’insinua nelle vene. I forzieri esistono apposta per invitarti a scoprire le pietre preziose celate al loro interno; non importa come, anche a costo di forzare la serratura. Ma con lui non posso forzare la mano, qualcosa me lo dice, qualcosa me lo impedisce. Mi affascina e allo stesso tempo mi irrita, come se fosse una sfida a non mangiare il grappolo d’uva presentato su un vassoio d’argento. Non riesco a pensare che al grappolo d’uva succoso e questa è l’immagine che mi si palesa in testa.

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A un certo punto della conversazione, forse proprio quando comincio a rilassarmi, così, di punto in bianco, se ne esce con: «Ho sbagliato a chiederti di venire a cena, sai? Non avrei voluto vederti mangiare. Non mi piace vedere le donne mangiare.»
Scusa? Ritorno immediatamente coi piedi per terra e m’investe un tram. Vorrei rispondergli qualcosa, ma lui infierisce: «Come prima immagine di te avrei preferito qualcos’altro… non il pad thai, ma ormai… è andata così.»
Affonda il coltello e la lama mi arriva nelle ossa, nel midollo, nella cartilagine. Da quel momento in poi torno a essere consapevole dei miei gesti. Avevo abbassato la guardia e lui mi richiama all’ordine. Giusto. Chi è adesso che cerca di scassinare il forziere?

Scelgo io un locale per il post-cena. Si gioca in casa mia, adesso. Ordiniamo due Martini Dry e ce li scoliamo subito. Mi accorgo di essere protesa verso di lui, coi gomiti sul tavolo, la testa tra le mani, rapita dalle sue parole lente e misurate. Lui invece è comodamente appoggiato allo schienale, ignaro di tutto quello che vorrei fare a quelle labbra trasparenti. O forse non così ignaro, forse solo narcisista. Non ascolto davvero quello che dice, non entro in contatto verbale con il suo cervello. Penso a lui che mi prende da dietro. Lo voglio prendere… come dire… per la gola. Voglio parlare alla sua pancia, ai suoi occhi, alle sue mani, alla sua pelle. Fino a che non c’è un contatto fisico, per me non c’è reale comunicazione. Ordina altri due Martini. C’è una vetrina tra noi: Dorian è in esposizione, ma non in vendita. La cosa mi dà un senso di nausea e divento sempre più smaniosa e nervosa.

Improvvisamente, si alza e mi chiede: «Mi riaccompagni a casa.»
Non so come interpretare questa domanda che sembra un’affermazione. Non capisco se sia un invito. Caro Dorian, mi spiace, ma non ti darò la soddisfazione di vedermi rantolare per chiedertelo, come le ultime volte. Con lui bisogna soppesare tutto sulla bilancia: ci si apre e ci si lascia andare, solo se si percepisce una fessura di luce nello scrigno. E quindi gli rispondo: «Certo.»
Il tragitto di ritorno mi sembra brevissimo e sento scivolarmi il tappeto sotto i piedi. Non ho nessun appiglio per indovinare cosa gli passa per la testa: sembra molto calmo, ma sempre sul punto di pugnalarmi alle spalle o di mettermi alla prova in qualche modo.
Ci fumiamo un’ultima sigaretta in macchina, posteggiati davanti al suo portone, in silenzio. Ci guardiamo, lui sorride.
«Grazie.» mi dice.
«Figurati.» gli dico io.
«Il giorno in cui una ragazza mi risponderà “pas de quoi” alla francese, probabilmente mi innamorerò.»
E vattene in Francia, cazzo! Lo sapevo che doveva punzecchiarmi fino all’ultimo. Io non dico niente e sorrido, come una deficiente, non cogliendo la sua provocazione. Isterismo.

Decide che è tempo di aprire la portiera; scendo anch’io. Siamo davanti al portone, apre anche quello. Si protende verso di me, mi dice «Ciao topo» e mi dà un bacio dolcissimo in fronte. Sparisce dentro, come un’ombra, prima che io possa muovermi. Rimango lì, qualche secondo, forse qualche minuto, pensando sia uno scherzo. Quando è ovvio che non lo è, risalgo in macchina frustrata. Sul sedile ci sono le sue sigarette. Hai una scusa per chiamarlo. Cuore in gola, cuore in mano, cuore nel telefono che squilla.

 

Non risponde. Gli mando un messaggio: Hai dimenticato le tue sigarette. Mi sento un’idiota, ma voglio troppo rivederlo subito. Niente. Nessuna risposta. Aspetto ancora… boh, un’eternità. Intanto mi fumo metà del suo pacchetto. Quando è chiaro che mi avrebbe lasciata lì a marcire come faccio sempre io con gli altri, mi dirigo a casa sparando la musica al massimo. Lo sapevo che Dorian era il classico tipo da mania ossessiva, cazzo. La cosa che mi dà più fastidio è che chiami me “Topo”, quando quello che sgattaiola via inseguito dal gatto è lui. Probabilmente lo fa apposta: più mi vede agognante e più me la farà sudare. Mannaggia a lui.

Mi addormento pensando che alla fine è stata una serata banale: una cena fuori e un drink, discorsi ordinari.
Stamane mi alzo e la prima cosa che faccio è pensare a lui. Che sfigata che sei stata, Mad. Ma puoi farti mollare giù con un bacio in fronte? Controllo il cellulare: nessun messaggio. Tento il tutto e per tutto: se non va questa, la pianto.

Gli scrivo: “Buongiorno. L’aglio ti ha fatto penare?”
Risposta immediata: “Perché rispondi a una domanda con un’altra domanda?”
Non capisco e voglio evitare equivoci, allora gli scrivo: “In che senso?”
“Ti ho appena chiesto di fare colazione con me.”
Sarà uno dei casi più unici che rari in cui un messaggio non arriva? Con lui sicuramente c’è da dubitarne. Ci penso su un attimo e poi rilancio: “Non ho ricevuto nessun invito, ormai è tardi. Ci vediamo stasera?”.
“Ah, allora ti ho fatta stare bene ieri.”
Che supponente stronzetto! Mi piace. “Da cosa lo deduci? Non ti allargare, caro Dorian.”
“Non ho mai visto chiedere il bis di un piatto che non è piaciuto.”
Ah sì? Allora beccati questa: “Fino a prova contraria non ho ancora assaggiato nessun piatto.”

Pan per focaccia, bello. Potresti anche non essere un granché… E poi devo recuperare un po’ di svantaggio. Vedremo che succederà.

FINE EPISODIO.

LEGGI L’EPISODIO SUCCESSIVO.

Oppure, leggi del PRIMO INCONTRO TRA DORIAN E MAD.

Non conosci i personaggi, né l’inizio della storia?

Fai la conoscenza di MADDALENA, la nostra sexy Cappellaia matta, e delle altre Selfies nel PRIMO EPISODIO della serie a puntate. Per sapere tutti i segreti di Maddalena, Jaykill e le Selfies segui la serie a puntate SEX AND THE SELFIESOGNI GIOVEDÌ su Filosofiga.

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